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Edward Hopper luci ed ombre

Edward Hopper luci ed ombreData PubblicazioneData:

[3.5.2010]

AutoreAutore:

Lux

TAGSTAGS:

Hopper, Mostra, Surrealismo americano, Pittore della Solitudine

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Siamo stati alla mostra di uno dei più importanti pittori americani. Edward Hopper, surrealista, è noto ai più come il pittore della solitudine. Ci è bastata mezz'ora per capire il perché

Per dimostrare alle malelingue che qui non si vive di solo calcio, e che quando non ci sono partite di cartello noi ci trastulliamo con delle sane boccate di cultura, oggi vi parlerò di Hopper, un pittore americano che la maggior parte di voi comuni mortali non ha mai sentito nominare (e manco io prima che PennaBianca mi minacciasse con paventate astinenze sessuali se non l'accompagnavo alla mostra).

Edward Hopper non è un fesso qualsiasi e si capisce subito dalla fila che c'è davanti alla biglietteria.
L'orario dell'ultimo ingresso era fissato alle 19 e noi, siamo arrivati alle 19. Che culo! Un minuto in più e ci saremmo persi tutto sto ben di Dio.
Il pittore della solitudine mostra ai visitatori il suo marchio di fabbrica già dalle prime due sale, completamente piene di autoritratti.

Edward, evidentemente, stava sempre solo come un cane e specialmente agli inizi della sua carriera artistica non se la passava molto bene.
Infatti per non sputtanarsi disegnando le bettole e le topaie in cui soggiornava preferiva buttarsi sui ritratti.
Ma stava sempre solo! E quindi non avendo altra scelta era costretto a darci dentro con gli autoritratti!!!
Anche se (inspiegabilmente) gli appassionati di storia dell'arte mi reputano un autentico cazzaro, questa volta ho le prove di quello che dico.
Molti autoritratti infatti, mostrano l'autore in pose e sembianze praticamente identiche. Per forza! Se ne faceva uno al giorno, mica poteva essere cambiato gran che dal precedente!

La verità è che Edward era talmente solo che se per caso un giorno la vicina di casa gli chiedeva un po' di prezzemolo, lui non perdeva l'occasione per farle uno schizzo al volo...(non pensate male).
E pure alla cameriera che veniva a rammendargli i calzini.


Hopper, La Dirimpettaia Hopper, Signorina sulla strada del parrucchiere Hopper, Stazione di Servizio sulla strada del parrucchiere


Un tema molto gettonato da Hopper sono i paesaggi metropolitani.
La New York di Hopper è rappresentata attraverso particolari architettonici, che ai più sembrerebbero dettagli di poco conto.
Delle volte si ha l'impressione di una smodata pigrizia dell'autore davanti al suo campo visivo. Qualcosa del tipo: se c'è una tenda che ostruisce la visuale, spostati di 20 cm che almeno vedi bene!
Niente, bastava una bottiglia, una balaustra, una trave che lui nel disegno ci metteva per 70,14% la balaustra e la trave e solo in miniatura il resto della scena che voleva originariamente rappresentare.


Hopper, al bar non c'è un cane


Come se non bastasse, Hopper era pure un pantofolaio. E questa (mia) semplice deduzione deriva dal fatto che disegna tutto quello che vede senza scegliersi una scena in particolare.
Ad esempio un pittore normale direbbe alla moglie: "Cara, io vado al parco a disegnare il mio paesaggio preferito con il laghetto, i cigni, la collina, il tramonto, ecc ecc... Hopper invece, sempre stanco e scoglionato, non arriva manco all'ascensore!
Si ferma direttamente sul pianerottolo e disegna la scala, il tappeto davanti alla porta d'ingresso, al massimo sforzo arriva all'atrio del palazzo. Ma non sempre. Eccezionalmente.

La solitudine di Hopper si evince anche da un altro particolare non trascurabile: in tutte le sue opere, è raffigurata sempre la moglie.
Un po' per lecchineria ma anche e soprattutto perchè non uscivano mai! Mai una faccia di un'altra donna... niente!
E dire che ogni tanto la moglie Jo gli diceva" Edwardino, caro, accompagnami al parrucchiere così ti fai quattro passi che oramai l'hai sfondato quel divano a furia di poggiargli sopra le tue chiappe"

Allora quelle rare volte che usciva si portava carta e penna per prendere un po' di appunti. E disegnava tutto quello che vedeva nel percorso da casa sua al parrucchiere.
Dopo aver disegnato tutte le case, le tavole calde, le pompe di benzina, ogni cosa... per non compromettere la sua produzione pittorica la moglie Jo fu costretta a cambiare parrucchiere.
Improvvisamente un nuovo percorso e un sacco di nuovo materiale si prospettarono all'orizzonte.

Una volta finiti tutti i parrucchieri dei quartieri di New York, Edward e Jo furono costretti a cambiare casa, e successivamente cambiarono proprio città.
Edward volle delle precise garanzie. Andiamo dove non esistono parrucchieri. E si trasferitono nel New England, un posticino di campagna molto soleggiato, non lontano dalle spiagge.
Hopper è sempre stato un amante del sole. Secondo me sognava di dipingere corpi al sole, ma dal terrazzo di casa sua non si vedeva granchè.


Hopper, pianerottolo di casa Hopper, Culo anonimo di Jo Hopper, Sole sulla parete


Quelle rare volte che si intravedeva una ragazza in bikini a prendere il sole lui non se la faceva sfuggire e la disegnava.
In questo periodo nasce la vena erotica dell'artista che si ingrifava come un pazzo a vedere ste signorine e poi costringeva la moglie a farsi ritrarre a pecora o in altre posizioni improbabili (farcite di troiaggine).
Nel titolo di questi quadri non c'è mai il nome della moglie ma si capisce che è lei da due semplici motivi:
1. Non disegna mai la faccia della maiala (essendo geloso voleva impedire ai visitatori delle sue mostre di vedere le grazie della sua Jo)
2. Siccome non usciva mai era ovvio che la modella fosse sempre la moglie
3. A un occhio attento e allenato non può sfuggire che per dimensioni, rotondità, corposità, chimica... il culo dei suoi quadri è sempre lo stesso...

Alla fine della carriera, il maestro ormai acclamato in tutti gli Stati Uniti come miglior pittore del tempo (glelo dicevano davanti a lui per educazione ma Dio solo sa cosa pensavano veramente)... Hopper prese coscenza del fatto che forse aveva dipinto un po' troppi interni.
Due erano le alternative: o si faceva assumere come architetto all'IKEA o si inventava una chiave di lettura per giustificare l'intera produzione pittorica.
Manco a dirlo la moglie gli suggerì la soluzione, e lui formulò la sua frase più celebre: "Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa".
Furbacchione! Ma noi... da mo che l'avevamo capito!
 




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